come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la crisi

Alessandro Tota – Call center


fratelliAlessandro Tota è nato a Bari nel 1982, diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, Alessandro vive e lavora a Parigi. È tra i fondatori della rivista “Canicola” (Prix Bd Alternative, Festival del fumetto di Angouleme 2007). Ha pubblicato su numerose riviste, tra le quali “Hamelin”, “Lo Straniero”, “Orang”, “Black”, “Internazionale”, “Repubblica XL”. I suoi libri sono:

“Yeti” Coconino Press / Fandango Libri, 2010 (“Premio Miglior Opera Prima”, e “Premio della Critica XL” al Romics 2010, “Premio Miglior Fumetto Italiano”, al Treviso Comic Book Festival 2010) (pubblicato in Francia con il titolo di “Terre d’accueil“, dalle Editions Sarbacane, con la partecipazione di Amnesty International).

 

“Fratelli” Coconino Press / Fandango Libri, 2011 (pubblicato in Francia con lo stesso titolo dalle Editions Cornelius).

“Palacinche” con Caterina Sansone, Fandango Libri, 2012. Un reportage sull’esodo istriano tra fumetto e fotografia. Di prossima pubblicazione in Francia con les Editions de l’Olivie.

Oggi presentiamo su Quote due sue storie: “CALL CENTER” e un estratto da “FRATELLI”. 

 

CALL CENTER

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FRATELLI

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INTERVISTA A ALESSANDRO TOTA

Di Niccolò de Mojana

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A proposito delle due tavole di “Call Center” e la saga di “Fratelli”, mi sembra che il tuo lavoro sia spesso teso a raccontare la situazione della generazione di cui entrambi facciamo parte. Siamo cresciuti in un momento di crisi dei valori e delle ideologie e oggi ci ritroviamo di fronte a altro tipo di crisi, questa volta prettamente economica. Rimbalzati da una crisi all’altra, siamo da sempre immersi in un totale disorientamento…

Il mio lavoro parte dalle mie esperienze. Di conseguenza, il discorso generazionale non è programmatico ma è…una conseguenza. Con le mie storie, parlo di situazioni che ho vissuto. Per esempio, in “Fratelli” racconto semplicemente il contesto in cui sono cresciuto. La mia speranza quindi, con il mio lavoro, è quella di riuscire a fotografare con esattezza una situazione umana che poi diventa lo specchio di una condizione più ampia e più generale…. Questo vale anche per il discorso del call center. Io ho davvero lavorato in un call center, è stato il primo lavoro che ho fatto a Parigi. Erano mesi in cui mi chiedevo “ma che cosa sto facendo? è ridicolo…stiamo tutti facendo finta!”… per esempio, c’erano quelli che si chiamano “i motivatori”, gente pagata per incitarci a raggiungere grandi risultati…era il manicomio! Io tra l’altro, che volevo fare il fumettista, avvertivo in maniera molto forte la sgradevolezza della situazione…

Immagino. Eppure, nonostante tu sia riuscito a venirne fuori, emerge dal tuo lavoro un profondo pessimismo nei confronti della nostra situazione. Come se non ci fosse una via di fuga. O sbaglio?

Questa è un questione molto spinosa. Per esempio, in “Fratelli” volevo lavorare su un particolare stato d’animo, esprimere un’emozione. Ho costruito quindi una specie di architettura della narrazione fatta di scene e dialoghi che dovevano trasmettere al lettore un certo tipo di sentimento. Il punto è che non sempre, facendo questo tipo di lavoro, ci si pone la classica domanda (molto legata a un certo tipo di cinema) su quali siano le soluzioni che la storia deve offrire al suo protagonista, su come la storia debba concludersi in maniera esplicita e definitiva (possibilmente positiva). In “Fratelli” non ho ragionato in questi termini. Non volevo raccontare un dramma, ma volevo costruire un paesaggio, qualcosa più simile a un componimento musicale nel quale si desse già per scontata un certo tipo di conclusione. Quando i ragazzi della storia iniziano la loro tossicodipendenza, non si tratta di una svolta, ma di una logica conseguenza del contesto in cui la storia si svolge. La mia riflessione è centrata unicamente sull’individuo e sull’ambiente nel quale si trova. Alla fine, passiamo il tempo a moralizzare, ma la natura umana è semplicemente quella di adattarsi, di fare quello che fanno gli altri. Se in “Fratelli” i due protagonisti cominciano a farsi d’eroina, probabilmente è perché non avevano molte altre scelte per poter restare ben inseriti in quel tipo di ambiente…

Certo. E sono convinto che un certo tipo di fumetto contemporaneo, attraverso il genere di narrazione che tu stesso adoperi,  sia in grado raccontare senza giudicare, sia capace di essere dentro la realtà mantenendo allo stesso tempo uno sguardo assolutamente distaccato… 

Il fumetto può fare qualunque cosa, è uno strumento linguistico eccezionale. Se tu consideri il prezzo di produzione, il potenziale e l’impatto emotivo che può suscitare…il fumetto può porsi qualunque sfida. Dopo di che, il compito è degli autori. Un fumettista è sempre un po’ autodidatta, deve riuscire a controllare più tipi di linguaggio. Ogni autore è responsabile a proposito della riflessione sulla propria narrazione. E mi sembra che le varie scuole di fumetto non insegnino quasi mai questo tipo di esercizio. Credo che la nostra generazione stia facendo delle buone cose, ma sinceramente penso che potremmo fare molto di più. Un po’ per le difficoltà economiche, certo, però ci stiamo ancora trattenendo parecchio…dovremmo riuscire ad andare più a briglie sciolte!

La chiacchierata con Alessandro è poi proseguita a proposito della fine delle riviste cartacee e a proposito delle innumerevoli potenzialità del web. La speranza per una svolta positiva secondo Alessandro potrebbero essere i supporti come i tablet che già adesso ospitano nuove riviste digitali (come ad esempio questa, alla quale Alessandro sta attualmente collaborando). Potranno gli autori diventare editori di se stessi? Questa la domanda alla base del discorso. Che dire? Speriamo.

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This entry was posted on February 7, 2013 by in Uncategorized and tagged , , , , , , .

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