come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la crisi

Paolo Cognetti – Scrivere con Sofia

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Ha pubblicato tre raccolte di racconti per Minimum Fax e una guida di New York edita da Laterza. Ama la montagna e la letteratura americana e quando non lo trovate a Milano sta probabilmente passeggiando per Brooklyn. A settembre è uscito per Minimum Fax il suo ultimo libro, Sofia si veste sempre di nero, un romanzo composto da dieci racconti autonomi che regalano al lettore il ritratto di un indimenticabile personaggio femminile. Attorno alla tormentata e difficile Sofia Muratore, sullo sfondo di una Milano anni ’80, ci sono il padre Roberto, la madre Rossana, la zia Marta e altri personaggi che a qualcuno sembrerà di aver già conosciuto da qualche parte.

Abbiamo parlato con Paolo del suo ultimo libro e del suo lavoro. Lo ringraziamo inoltre per averci regalato alcune immagini in esclusiva dai preziosissimi quaderni su cui è nata Sofia. Non ci crederete ma Paolo è uno dei pochi che scrive ancora a mano…

I disegni sul quaderno sono di Mara Cerri. 

Intervista di Rosa Carnevale

Ciao Paolo, grazie per avermi dedicato un po’ di tempo per questa intervista. So che sei in viaggio per l’Italia con Sofia in questo momento. Si sta comportando bene? Nonostante il suo caratteraccio sembra che stia riscuotendo molto successo…

Grazie a te per l’attenzione che mi concedi. Sì, mi sembra che i lettori a Sofia vogliano molto bene, a parte qualcuno che la odia visceralmente. Stiamo girando l’Italia attraverso le piccole librerie, che sono un mondo particolare. Fatto di città di provincia, librai matti che hanno lasciato un buon lavoro per aprire un’attività fallimentare, pochi lettori eccentrici e appassionati. Il momento migliore arriva dopo, quando ci portano in trattoria. Sofia non mangia mai niente, io in compenso bevo per due.

Da quando vivo a Milano ho conosciuto anche io un po’ di ragazze che assomigliano in qualche modo a Sofia. Come hai costruito il tuo personaggio? Ho la sensazione che tu a Sofia ci tenga molto, ma che forse non sia riuscito totalmente a raggiungerla o la stia ancora cercando…

Dici che Sofia è una ragazza tipicamente milanese? Sono contento, non me l’aveva mai detto nessuno. Perché Milano è una città ostile a cui puoi anche voler bene, come si vuol bene ai burberi, e Sofia è così. L’ho costruita girandole attorno, come un asteroide che gravita attorno a un buco nero. Il buco nero non puoi guardarlo direttamente, ma puoi osservare come esercita la sua attrazione sugli altri corpi celesti. Nell’universo di Sofia gli altri corpi celesti sono sua madre, suo padre, sua zia, i suoi amanti, le sue amiche, io stesso. Ho raccontato loro per raccontare lei. Poi alla fine resta una ragazza inafferrabile, chi prova ad acchiapparla stringe aria.

Hai esordito come scrittore di racconti. Sofia è il tuo primo romanzo. Ma un romanzo a mosaico, fatto di racconti che potrebbero sopravvivere anche distanti l’uno dall’altro. Quindi, possiamo dire che sei ancora uno scrittore di racconti. Cosa ti affascina di questa forma di narrazione?

Semplificando, posso dire che uno scrittore di racconti insegue un’illuminazione, piccola o grande che sia, e lo fa con la massima economia di parole. In questo il racconto è molto simile alla poesia. Per illuminazione intendo il momento in cui un personaggio vede la propria vita sotto una luce diversa, che gli rivela qualcosa di se stesso. A volte è un elevarsi, più spesso è lo spalancarsi di un baratro: il cuore dei miei racconti è il momento in cui il personaggio si guarda allo specchio e vede una cosa nuova. Continua a interessarmi moltissimo scrivere di questo. (Riguardo all’illuminazione e all’ossessione artistica ricordo sempre una frase di Edward Hopper che diceva: “Tutto quello che mi interessa è dipingere la luce del sole sul muro di una casa”. La sposo in pieno).

Da piccolo sognavi già di fare lo scrittore? Quando hai iniziato a scrivere?

No, da piccolo sognavo di fare il falegname. Anzi il falegname montanaro. Poi nell’età della rivolta ho cominciato a sognare di fare il barbone buddista. E un altro sogno è stato quello di diventare un matematico, purtroppo lasciato a metà. Ho cominciato a scrivere, come tanti, verso i sedici o diciassette anni, per colpa delle ragazze. Leggevo da sempre, questo sì.

E in Italia, oggi, si riesce a vivere di sola scrittura o hai un secondo, terzo, quarto lavoro?

Guarda, il calcolo è molto semplice: guadagno circa un euro per ogni copia venduta, e un libro di minimum fax va molto bene quando ne vende 10.000. Io spero di arrivarci a quella cifra, ma per cinque anni di lavoro sono davvero pochi soldi, quasi niente. Però i libri ti portano in dote altri lavori: tengo corsi di scrittura ormai da qualche anno, e di recente ho cominciato a fare il traduttore dall’inglese. Non scrivo per le riviste, preferisco conservare le parole per i miei racconti. E mi piace anche fare altri lavori perché trovo che la vita nutra la scrittura, non sia affatto un impedimento. A Milano ogni tanto spillo birre in un’osteria, in montagna faccio il cuoco in un ristorantino.

Ultimamente (Maya a parte) mi capita di sognare che non sopravviveremo a un enorme terremoto. Se sulla Terra non rimanesse più niente e nessuno se non un unico libro, quale vorresti che continuasse a rappresentarci?

Ma secondo me potremmo spazzare via anche quell’ultimo libro, poi qualcun altro ricomincerà a scrivere al posto nostro. Lasciamo una pagina bianca. Oppure no, non ce ne sarà nessun bisogno. La Terra senza l’uomo ha l’aria di essere un gran bel posto.

Qualche giorno fa sul tuo blog hai pubblicato le dieci regole per fare buona narrativa di Jonathan Franzen. Al numero otto c’è: “Dubito seriamente che una persona connessa alla rete possa scrivere buona narrativa”. Qual è il tuo rapporto con la tecnologia? Internet, social network, facebook, twitter ecc. ? Sei già passato agli e-book?

Niente facebook, twitter, eccetera. Non ci sono entrato fin dall’inizio perché sono una persona facile alle distrazioni, se mi dai un videogioco ne divento dipendente nel giro di mezz’ora. Uso solo la posta elettronica e quando scrivo qualcosa lo pubblico sul mio blog – due strumenti che ormai sembrano antichissimi. Non sono passato agli e-book ma non ho nessuna riserva a riguardo, probabilmente prima o poi ci passerò (e a quel punto dovrò capire come arredare casa).

Ho letto da qualche parte che scrivi a mano su dei quaderni. È vero?

Sì. Sono quaderni che mi comprava mio padre in Malesia, prima di andare in pensione. Quadernoni a righe, con la copertina rigida e le pagine numerate da 1 a 400. Un quaderno è meglio di un computer perché lo puoi portare ovunque, in un rifugio di montagna o su una panchina di Coney Island, e scrivere quanto ti pare. Ora della mia relazione con Sofia restano cinque quaderni pieni di appunti, disegni, scritture e riscritture, segnacci, frasi copiate dai miei scrittori preferiti, illustrazioni di una mia amica che ho usato per ispirarmi, macchie di caffè e di vino, perfino numeri di telefono e indirizzi: uno che scrive al computer che cosa conserva della sua storia con un libro?

Nella mia libreria sei posizionato su uno scaffale accanto a Giorgio Vasta e Giorgio Fontana, due autori più o meno tuoi coetanei. Quali sono i giovani scrittori italiani che leggi e ti piacciono?

Giorgio Vasta è un pazzo e Giorgio Fontana una persona pericolosa, non sono per niente contento di stare tra loro due sul tuo scaffale. A parte questo voglio bene a entrambi. Leggo loro, Nicola Lagioia, Luca Ricci, Pietro Grossi, Giusi Marchetta, Susanna Bissoli, Ilaria Bernardini, Elena Varvello, Carola Susani, Laura Pugno, e altri che non mi vengono in mente in questo momento. Non li chiamerei giovani ma solo scrittori (quando mi danno del giovane scrittore di solito rispondo che Fitzgerald pubblicò “Il Grande Gatsby” a 29 anni, Hemingway “Addio alle armi” a 30, Melville “Moby Dick” a 32, ed erano tutti al terzo o quarto libro. Io ho più o meno l’età in cui Flaubert stava scrivendo “Madame Bovary”. Lasciamo perdere la giovinezza va, pensiamo solo a scrivere). Credo sia un bel periodo per la letteratura italiana e sono contento di viverlo insieme a queste persone.

Un capitolo di Sofia è ambientato a New York e poi c’è la tua bella guida New York è una finestra senza tende. Appena puoi so che ami camminare per le vie di Brooklyn. Cosa ti piace di New York? E cos’è che poi ti fa ritornare in Italia? 

È che dopo un po’ finisco i soldi. Se no non tornerei per niente. Ma prima o poi vedrai che succede, parto e non torno più. Vuoi sapere che cosa mi piace di Brooklyn? Per me scoprire quella città è stato come tornare a casa, come quando da bambino hai la fantasia di essere stato adottato dai tuoi genitori, e di andare a cercare quelli veri. Io ho scoperto di essere nato a Brooklyn, solo che non me l’aveva detto nessuno.

Da quando ho chiuso il tuo ultimo libro continuo a chiedermi dove sarà adesso Sofia e cosa starà facendo? Tu ne sai qualcosa?

L’ho nascosta nel mio letto. È lì che fuma come una ciminiera, tenta il suicidio due volte al giorno, mi insulta, legge libri sui pirati e non mangia mai quello che le preparo. Però almeno il sesso non è male. Quando uscirà scriverò tutte le storie che nel frattempo mi ha raccontato.

Advertisements

3 comments on “Paolo Cognetti – Scrivere con Sofia

  1. November 15, 2012

    Bella questa fresca intervista!

  2. Pingback: Memo Grandi magazzini culturali

  3. ladonnacamel
    November 21, 2012

    oh wow, i famosi quaderni!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Information

This entry was posted on November 15, 2012 by in Letteratura and tagged , , , , .
%d bloggers like this: